
7 febbraio: URSS, la dissoluzione dell'Unione Sovietica
7 febbraio 1990, 35 anni fa iniziò ufficialmente il processo di dissoluzione dell'Unione Sovietica.

La Storia dal 1985
Il 1985 fu per l'Unione Sovietica un periodo di rivoluzione. In quell'anno infatti venne eletto come segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica Michail Gorbačëv, il quale si fece portavoce di una politica innovativa basata sulla ristrutturazione del sistema economico nazionale e sulla trasparenza. Tali riforme ebbero però effetti contrastanti perché, se da un lato, posero fine alla Guerra Fredda – periodo di tensione geopolitica tra Stati Uniti e blocco occidentale, da una parte, e Unione Sovietica, dall'altra – dall'altro lato, fece anche emergere dei gravi problemi economici, sino ad allora tenuti nascosti, provocando un'ondata di odi razziali e spinte indipendentistiche da parte dei popoli stanziati nello Stato sovietico e che erano stati, fino a quel momento, tenuti sotto controllo dall'apparato centrale.
Nel 1986 Gorbačëv continuò a premere per una maggiore liberalizzazione, facendo ritornare nel Paese addirittura Andrej Sacharov – di cui abbiamo parlato in un precedente articolo – e nel 1988 i Paesi baltici cominciarono a spingere per riottenere l'indipendenza, spinti anche dalla creazione dell'organizzazione anti-comunista CTAG Helsinki-86 nel 1986 la quale si opponeva fortemente al regime sovietico, divenendo ben presto un esempio per altri movimenti indipendentisti.
Nel frattempo, nel 1988, Gorbačëv continuò a perdere sempre di più il controllo delle piccole regioni. Nonostante ciò, il 1 luglio, riuscì comunque a vincere la resistenza dei delegati alla sua proposta di creare un Congresso di deputati del popolo dell'Unione Sovietica. Frustrato però dalla resistenza verso i suoi tentativi di liberalizzazione, decise di attuare una serie di riforme che vennero pubblicate il 2 ottobre 1988. Successivamente attuò anche degli emendamenti alla Costituzione e promulgò una legge sulla riforma elettorale e fissò la data delle elezioni al 26 marzo 1989.
Il giorno del 70° anniversario del suo monopolio di potere politico, il 7 gennaio 1990, il Comitato Centrale del PCUS (partito comunista dell'Unione Sovietica) accettò le raccomandazioni di Michail Gorbačëv. Come conseguenza nei mesi successive tutte le repubbliche dell'URSS tennero delle libere elezioni e in ben 6 repubbliche il PCUS perse.
Dato il sempre più crescente desiderio di autonomia, Gorbačëv cercò, in un tentativo disperato, di trasformare l'Unione Sovietica in uno Stato meno centralizzato e il 28 giugno 1991 sciolse il Consiglio di mutua assistenza economica e il 1 luglio il Patto di Varsavia. Il 19 agosto, mentre la Russia era pronta a firmare il Nuovo Trattato d'Unione, con cui l'Unione Sovietica si sarebbe trasformata in una federazione di repubbliche indipendenti con un presidente comune, alcuni ministri sovietici crearono il Comitato generale sullo stato d'emergenza per impedire la firma. Il colpo di Stato da lui tentato si rivelò però un fallimento, in quanto la popolazione si schierò contro di loro intentando una campagna civile di resistenza. Tre giorni dopo, il colpo di stato "collassò su sé stesso" e, dopo l'arresto degli organizzatori, Michail Gorbačëv divenne il presidente dell'Unione Sovietica.
Il completamento della dissoluzione dell'Unione Sovietica ebbe inizio il 1 dicembre 1991, con il referendum in Ucraina con cui il 90% della popolazione votò per l'indipendenza. Una settimana dopo i leader di Russia, Bielorussia e Ucraina firmarono l'Accordo di Belaveža, il quale sancì definitivamente la cessione dell'Unione Sovietica. Gorbačëv si dimise il 25 dicembre 1991 dichiarando abolito l'ufficio e conferendo pieni poteri al presidente russo Boris El'cin
La dissoluzione venne resa definitiva la notte tra il 31 dicembre 1991 e il 1 gennaio 1992.
Fonti: